Un vento. Un fuoco. La calma.

Il vento, forte e sonoro, districa i miei pensieri.
Sei stato come questo vento, che forte e deciso ha districato le mie emozioni.

Il vento non ha bisogno di fronzoli. Soffia dritto dove deve soffiare e via.
Tu nemmeno. E sei tu che mi ha riportato perennemente al cuore.

Perché, per tutte le parole che cerco, per tutte le scuse che avvallo, c’è sempre stata una forza, la tua, che ha fatto crollare tutto e ha fatto esaltare solo l’essenza.
La forza, dell’essenza.

Forza imbattibile. Ma delicata e leggera.
Una roccia, a prima vista. Un fiore fragile, con la percezione. Come te.

Ogni tua risposta è stato un rimando a me, senza aggiungere un tuo punto di vista, ma un puro semplificare le mie trame lessicali baroccheggianti per colpire sempre dove occorreva essere colpito.

Mi sentivo solo. Solo mi hai fatto sentire. Ma con il tempo, con tanti scambi, ho capito che quello che mi spiegavi non era una sensazione, ma uno stato.

Sono solo. Mi hai rimandato sempre in questo stato, che non è più “mi sento”.
Sono solo. Ed è proprio in questo, la forza che cercavo.
Sono solo. Ed è in me, l’amore che chiedevo.
Sono solo. Ed è solo da qui che posso condividere, non esigere.

Continuo a farmi accarezzare dal vento che è ancora più rumoroso. Come se stesse ridendo.
Continuo a sorridere pensando a te, che avresti sintetizzato tutte queste righe in tre parole.
E il pensiero di farti sorridere e far increspare quell’aura di forza impenetrabile fa sorridere me.

Per me, sei sempre un allenatore… ma del muscolo più importante. E come mi ha allenato tu, nessuno mai.

Si, è il cuore.
Si, sei il mio vento.
Si, ho freddo… ma brucio dentro!

Dhan

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Un viaggio d’amore che inizia con un “Grazie”

L’amore era lì. E io non lo vedevo. Non lo volevo o non lo vedevo? Forse entrambi.

Era lì che pronto con il culo grosso e muscoloso scalpitava per poter galoppare felice. Io invece tiravo le briglie, lo costringevo e costringevo me stesso in situazioni di non-amore.
L’amore è sempre stato a portata della mia bocca, mani, cuore, spalle. Ah ecco, ora non ho nemmeno più il dolore alla spalla.

Ho 31 anni e mezzo. E sono stati tutti fino all’ultimo secondo carichi di amore. Anche ora. Anche questi secondi sono carichi di amore. Non c’è mai stato un minuto o un millisecondo che non abbia avuto amore.

Tutto di me però lo respingeva. Tutto di me lo chiudeva. E tutto di me lo chiedeva.

Tutto di me recitava la parte del bullo, del figo, quello che dell’amore se ne sbatte altamente i coglioni e continua la sua vita tra sarcasmo e ironia.

Però arriva un punto in cui ti ritrovi talmente inaridito che l’esigenza d’amore, la sete, è più forte.
Come una pianta seccata e con la terra spaccata dalla siccità che riceve il getto, il flusso, la vita a colmare quelle spaccature.
Arriva l’amore ad ammorbidire la terra secca. Arriva l’amore dell’universo intero a nutrirti di nuovo, a portare nutrimento alle tue radici, che sale fino alle fibre, al tronco, rami, foglie fino a farti sbocciare dei fiori incantevoli.

Penso al mio universo intero. E il mio universo è sempre stato carico di amore.
Un padre e una madre che in ogni loro azione hanno mescolato amore incondizionato, senza alcuna limitazione.
I loro occhi brillavano e brillano ogni volta che mi vedono o parlano con me. E io quella luce non la vedevo. A volte la temevo e ci litigavo. A volte la ignoravo e allontanavo. Ma quella luce d’amore è sempre stata lì. Era ed è sempre lì a pulsare e nonostante tutto quello che possa accadere di bello o brutto, rimane lì. E ora che la vedo, che la sento, mi fa ridere di gioia, mi fa commuovere di gratitudine, mi fa chiedere “come o perché ero arrivato a questa cecità?”.
Sono metà mio padre, metà mia madre, ma insieme sono cento volte il loro amore.

Ripeto… il mio universo è sempre stato permeato d’amore. Io non lo vedevo. Lo è tutt’ora. Ma fino a qualche istante fa, non lo vedevo.
Le persone che ho accanto a me, sono amore. Mi donano amore, mi inondano d’amore. Chiamarli amici è riduttivo. Sono angeli che mi stanno amando per come sono, angeli che mi cercano, che condividono la loro vita con me, che mi proteggono.

E si, amo questi angeli. Questi veri angeli, li amo. Sono io il cretino che per non aprire il suo cuore si privava delle emozioni più belle e più pure.
Il mio cuore è tornato a battere e pulsare di gratitudine.

Il mio cane, Vivenne. I miei cavalli Kalòs, Freaky, Domitilla, Haleb, Megara, Bubka. Anime che senza parlare mi sorreggono con il loro puro e incondizionato amore. Impauriti, a volte, ma sempre saldi di dare e di lenire tutte le ferite.

Avevo un universo così bello e colmo che lo rifiutavo. Ora so che quell’universo è parte di me e io sono parte di quell’universo.
So che amare quelle persone, quegli animali, quei cuori pulsanti è solo rendere loro tutto l’affetto che mi hanno sempre trasmesso.
Volare tra i mille e più colori dell’universo, sorretto da tutto questo sentire, è la libertà e leggerezza più bella.

E volare leggero, libero, in amore, vivo, mi fa vedere che in fondo… ero me che non amavo. E non volevo amare.
Privandomi di tutta questa energia, privavo me stesso della possibilità di amarmi. Possibilità che sempre qui era. Sempre qui è. QUI E’.

E qui, decido di abbandonarmi. Di amare. Di voler bene senza cinismo. Senza ironia. Di non vergognarmi. Di ringraziare. Di esser grato, che nulla mi è dovuto. Di abbracciare. Di stringere. Di vivere. Di battere. Di fluire. Di amare.

Di amarmi come non ho mai fatto.

Di amare.

Dhan

Urlavo di essere amato. Volevo far amare le mie corazze e non il mio cuore normale.

E’ molto brutto arrivare a raschiare il fondo di qualcosa. In quel fondo c’è sempre qualcosa di sporco, di rimasto, di depositato e mai spazzato.

Tocchi il fondo e ti ritrovi invischiato in quella melma densa, cattiva, pastosa e scura. Sei incollato lì, sul fondo e non sai come risalire. Allora sono rimasto lì. Incollato al fondo e ho cercato di vedere cosa stava succedendo senza animarmi troppo. Senza agitarmi. Dopo essermi agitato, dopo aver avuto le convulsioni dalla disperazione, dopo aver urlato al mondo un aiuto per il troppo male, dopo aver pianto disperato fino ai conati di vomito. Dopo tutto ciò mi sono fermato.

Perché tutto stava succedendo? Cosa dovevo vedere? Una cosa molto grossa. Che stava sgretolando me stesso. Tutto me stesso. E solo ora me ne accorgo quando non so più nemmeno come mi chiamo. Dice “Giacomo” la mia carta di identità. Ma quel nome ora lo sento così lontano. Così legato alla sofferenza. Così legato a un me che è stato schiacciato, smantellato, esautorato, demolito, spezzettato, trinciato, esploso, imploso, limato, crollato, infilzato, ucciso, bruciato, arso, soffocato, gonfiato. Preso a pugni, calci, schiaffi, sputi, testate, sprangate.

E il tutto si è ripetuto finché non sono arrivato a questo punto. Fino a non far rimanere nulla di me fino a un attimo fa. Quello che ero, ora è solo sparso a terra come piccoli granelli di sabbia dorata. Sembra bella ai più… a me sembrano solo gocce di sangue rappreso di un corpo che nemmeno mi appartiene.

Per arrivare a questo punto la vita mi ha dato uno specchio. Uno specchio che rifletteva tutto di me. Uno specchio che fino a poco fa rimaneva impassibile, fermo, neutro, freddo, senza interpretazioni. Uno specchio appunto.

Contro quello specchio si sono riflesse in maniera convulsa e senza ordine la mia credenza di superiorità, la mia credenza di avere quello che voglio, la mia credenza di far accadere quello che voglio.

Distruggere il senso di superiorità è doloroso. Molto. Moltissimo. Distrutto perché il mio cuore ha visto che chiunque può riflettere la mia normalità e distruggere chi pensavo di essere. Chiunque può riflettere le mie costruzioni mentali che mi hanno portato a credermi superiore. Sto parlando di una superiorità sottile, non palesata. Una superiorità che faceva leva sulla mia forza radicata negli anni. Sulla mia convinzione che posso avere tutto se lo voglio. Che è ovvio avere quello che più desidero perché me lo merito. Perché ho dimostrato di meritarlo. Per cui lo ottengo.

Purtroppo non è così. La vita è un scambio, per scambiare occorre essere centrati su se stessi, sul proprio sentire. Essere centrati sulle proprie pulsioni vere e da quelle scambiare emozioni ed energie con un altro cuore. Se si incanala in rigori mentali e logici questi sentimenti si arriva alla scoperta che no… non c’è nessuna ricompensa per l’ottima lena dimostrata.  Ritrovarsi senza nulla dopo aver dato tutto secondo quello che sentivi ti fa capire che non volevi sentire. Che c’era altro che stavi coprendo con i tuoi gesti.

Superiore… no non lo sono. Sembra stupido. Non lo pensavo… ma ora ne sono consapevole. Forse non lo pensavo ma non ero consapevole. Ora mi ci sono fatto male. Il senso di superiorità era una costruzione forte e apparentemente indissolubile. Negli anni avevo imparato che ero meritevole se lo volevo e lo dimostravo. Per cui potevo “sottomettere” chiunque perché lo avevo dimostrato. Sia con maniere belle ed eleganti che con atti più risoluti. Ma ero rinforzato questa idea.

Ora non lo sono. Ora lo specchio neutro e freddo mi ha fatto vedere che non lo sono. Mi ha fatto vedere che posso non ricevere amore nemmeno se lo urlo e mi illudo di andare nella direzione che si voleva. Mi ha riflesso tutti i miei tentativi di avere un sentimento che cercavo in qualcosa che ora fa parte del vento che sposta i miei pezzi a terra.
Posso solo lasciare che il vento porti via i granelli di sabbia dorata ai miei piedi e ne faccia quello che vuole. Ora mi sento nudo senza nessuna difesa, con una carne scoperta e vulnerabile. Ma non voglio difenderla. No, ricadrei nello stesso errore. Voglio specchiarmi così, nudo, crudo, sanguinante e pulsante. Vedere le mie sconfitte, vedere i miei dolori, le mie convinzioni, le mie increspature. Voglio lasciare tutti i modi che ho usato per appianare le sgretolature e paure e far riflettere una immagine forte e meravigliosamente potente.

Non sono forte. Non sono potente. Non sono meraviglioso. Non ora. Ora voglio solo ascoltare in silenzio cosa dovevo ascoltare da anni senza illudermi. Voglio vedere cosa dovevo vedere da anni senza le impalcature costruite dai miei traumi, paure, genitori, amici, conoscenti e da me stesso.

Non ho forza per reagire. Non ho forza per pensare. Posso solo chiedere di essere lasciato da solo ad ammirare cosa di vero c’è. A sentire cosa di vero riecheggia dentro di me. Questo posso chiederlo. Posso farlo. Posso ricominciare da me. Con i miei tempi e senza dimostrare che posso riflettere una immagine bellissima. Non lo sono ora. Forse lo sarò… ma ora voglio solo sprofondare in me stesso.

Non voglio più essere il cammello sonnacchioso, ottuso e appagato, vivendo nell’inganno di credersi la vetta di una montagna basandosi sull’opinione altrui, senza energia per se stesso.
Voglio far emergere il leone, per rendermi conto di quello che sto lasciando sfuggire nella vita iniziando a dire no alle pretese degli altri, allontanandomi dalla folla da solo ruggendo nella mia verità.
Fino a far uscire il bambino, né condiscendente né ribelle. Ma innocente, spontaneo e vero riguardo al proprio essere.
E’ tempo di crescere e cambiare.

Dhan

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Amo e vivo la vita per come  accade, senza cambiare ciò che non posso cambiare. 

Consapevole. Superficialmente credevo di esserlo. Credevo di essere maturo, con esperienza, intelligente, analitico, razionale, padrone della realtà, osservatore e critico. Appunto… credenze.

Mi affidavo a meccanismi interpretativi che hanno sempre spostato il mio vivere dal vivere reale. Meccanismi che mi illudevano e regalavano al mio ego un appagamento che però non era quello che di vero stava accadendo.

“Giacomo, la verità accade e basta” è la frase che mi ha dato lo schiaffo più grande che potessi ricevere. Uno schiaffo che mi ha svegliato con così tanta irruenza che mi ha fatto ridere e piangere nello stesso momento. E la Donna che me lo ha dato sono convinto stia ridendo anch’essa con la stessa grazia e e forza con le quali me l’ha regalato!

La verità è ora, è il presente. Le persone sono ora, sono quelle che sono, rispondono per quello che sono e con quello che hanno. Sono io che volevo portare risposte, comportamenti, attitudini a un livello che era mio e non delle persone. A un livello che era mio e non della realtà.

Accettare il vero delle persone, vedere il vivere vero delle persone senza pensare che i loro comportamenti sono risultati di strategie pensate, mi libera di un peso che affaticava il mio di vivere. Un peso che metteva radici nel passato interpretativo e luce in un futuro non accaduto e che probabilmente mai accadrà.

Le radici sono ora. I frutti e i fiori accadono ora. Posso solo beneficiare di un fiore, di un frutto per come si presenta ora, non per come sarebbe stato bello secondo i miei pensieri.

Le bellezze della vita si presentano davanti ai miei occhi nella loro semplice verità. Possono esserci frutti maturi, non maturi, belli, ammaccati, tondi od ovali. Ma sono come sono e sta a me raccoglierli per quello che sono.

Mi sembra di scrivere banalità, ma per l’esperienza che ho avuto della vita fino ad ora è una liberazione così grande che a tratti mi sembra di annegare dalla potenza di questo abbandonarmi alla vita così come si dispiega e presenta davanti a me.

Ho sempre scelto di vedere la vita, dare la mia interpretazione, convincermi che la mia interpretazione fosse la realtà e vivere quella falsa realtà.

Scelgo ora di respirare davanti ai fatti della vita. Respiro che mi fa crollare le mie idee interpretative, respiro che riporta luce al sentire della pancia, respiro che blocca l’interpretazione della mente e mi sbatte la realtà nel cuore come sta accadendo in questo preciso istante.

Vivere con i ragionamenti ha causato una sofferenza che sto scoprendo solo ora. Sofferenza dovuta alla falsità alla quale davo valenza di verità. Mentre la Verità è quello che accade ora. Il Vero è quello che succede qui e ora, nel presente. Nei modi e caratteristiche con le quali si dispiegano. Sta a me vedere e osservare questo accadere senza caricarlo di aspettative o ragionamenti. Sta a me viverlo senza la volontà di cambiare ciò che non posso cambiare, ma con accettazione.

Sta a me abbandonare la mente. Sta a me abbandonarmi alla verità. Sta a me vivere.

Dhan

Lettera al mio cane, la mia maestra d’amore.

Corri. Ti guardo correre e rincorrere la tua gioia. Tu sei la gioia. Tu sei l’amore.

Vederti vivere e perdersi nei tuoi occhi che esprimono solo gratitudine e felicità mi ricorda sempre quanto forte sia il tuo amore.

Sono i tuoi occhi i miei maestri. Nei tuoi occhi vedo riflesse le mie paure.

Dicevo di amarti, ma non sapevo che urlare per renderti “ubbidiente” bloccava il mio flusso d’amore. Ma il tuo amore era così grande che neanche le mie urla lo scalfivano.

Facevi le cose che ti chiedevo per paura, non per sintonia; per timore e non per condivisione. Eseguivi i miei ordini perché era la mia rabbia, ira e toni accesi che ti esortavano a farlo.

Ma c’era paura nel tuo sguardo, terrore, e quel terrore e “riverenza” mi dilaniavano dentro perché le mie urla erano per il tuo “bene” e tu non lo capivi.

E’ arrivato un momento in cui vederti intimorita mi ha fatto esplodere a piangere. Mi hai sbattuto in faccia in modo crudo quanto il mio passato stesse sabotando il mio amore per te.

Nonostante stessi sgretolando con i miei modi il nostro rapporto, tu sei stata sempre li, sempre pronta ad accogliermi col tuo amore senza confini e senza limiti. Nulla scalfiva la tua esigenza di condividere l’amore per la vita con me.

Ho capito finalmente che mi avevi scelto tu. Ho capito che quella che mi stavi dando era una opportunità unica per me. Avevi scelto me perché io potessi essere parte del tuo amore.

Un’onda così sanificante non puoi che rispettarla.
Una carica di energia così palpitante non puoi che volerla alimentare ancora di più.
Un fluire così gioioso di vita vera non puoi che desiderare di esserne parte.

Non puoi che voler essere anche tu quella coppa di vita, di bellezza, di gioia, di sentire, dal quale lasciar bere e sentirti ancora più pieno.

E’ un click la consapevolezza. Quando scatta, non puoi più tornare indietro. Quando vedi che è la paura a cristallizzare i tuoi battiti, non torni più indietro.

E ti fidi. Iniziai a fidarmi. Iniziai a osservarti, viverti e condividerti senza gelosia o possesso. Iniziai a capire che volevo vivere con te e non su di te.

Volevo vederti sbagliare e cadere e rosicchiare i miei mobili. Ma volevo vedere anche come ti sentivi senza la mia rabbia a inquinarci, ma solo col mio amore.

Volevo vederti sperimentare ed esplorare, da sola, alla scoperta del nuovo, per darti la possibilità di sentire e avere le tue idee senza le mie influenze. E vederti tornare da me era una gioia che quasi scottava.

Vedere il tuo desiderio di includermi nelle tue scoperte, nei tuoi sbagli, nelle tue crescite, era un balsamo per il mio cuore.

Vedere che non mi toglievi nulla, che il nostro rapporto era sempre vivo e pulsante nonostante tu galoppassi verso qualcosa che mi impauriva, scioglieva le mie paure.

Sciolta la paura, non rimaneva che una cosa. Il coraggio. E infonderti coraggio è quello che mi stai insegnando a fare.

Uso il coraggio come forma di amore per te. Supporto le tue scelte e desideri dandoti coraggio, non timore severo e rancoroso.

Sbaglia Vivienne, fatti male. E’ la tua di vita e vederti crescere è solo gioia. Bloccare la tua evoluzione per il solo desiderio di controllo che ho sempre avuto è un bloccare me stesso e mettere confini al mio pulsare. Controllarti con ansia e paura è non voler affrontare le mie di ansie e paure.

I tuoi occhi non esprimono più paura. I tuoi occhi ora mi cercano sempre carichi e liquidi, come a voler condividere a distanza i tuoi pensieri e scoperte.

Rispettare il tuo bisogno di vita mi fa rispettare il nostro rapporto. Rispettare la tua felicità e alimentarla, fa bruciare ancora di più la mia di vita.

Darti fiducia, darti coraggio, darti tutti i diritti che hai di vivere e sbagliare ha reso vero e puro il nostro rapporto. Ora anche tu sai come mi sento se combini un guaio, non perché ti sgrido, ma perché mi allontano da te con gentilezza.

E in quella distanza entrambi sentiamo le nostre emozioni e ci riavviciniamo con il solo desiderio di renderci felici, rispettando il delicato ma duraturo filo che unisce i nostri cuori.

Ogni giorno che passo con te, Vivienne, è un giorno in cui divento sempre più ricco. Vivere con te spezza le mie paure, libera ancora di più le tue gioie e le tue corse si fanno sempre più allegre e veloci.

Rispettiamo i nostri spazi e tempi, ma torniamo sempre appiccicati, per il solo desiderio di condividerci a vicenda.

Non sapevo amare, e probabilmente non so amare.

Ma ora so di poter amare. Ora so che quello che mi stai insegnando non solo è amare qualcun’altro, ma è rispettare, infondere coraggio, dare fiducia a me stesso.

Ad amarmi, a bastarmi, a vivermi.

Grazie Vivienne.

Dhan

io e viv

Avevo paura di sentire. Avevo paura di sentirmi vivo. 

Non riesco a capire le mie emozioni. Di fondo sento un forte dolore. Ma intorno anche pace e serenità.
Rispetto. Sembra a prima vista un concetto così oggettivo, ma guardandolo da lontano mi rendo conto che è oltremodo soggettivo, dalla definizione labile, con i confini sfumati e a tratti indistinguibili.

Il rispetto te lo senti dentro e te lo proteggi. E qualsiasi azione scalfisca quelle mura a protezione del tuo rispetto, la vedi con dolore, rabbia, follia e incapacità di gestione.

La violazione di un rapporto fisico. La mancanza di rispetto quasi ai massimi livelli per me. La vivo ancora con dolore, è una lama che ogni tanto si muove nel mio cuore e lo fa sanguinare.

Ma lo fa anche sentire vivo. In questi momenti di vivificazione riesco a mantenere una lucidità che mi fa osservare da lontano il mio dolore.

Innanzitutto era una prova che sentivo di dover affrontare i giorni scorsi. Lo sentivo da settimane, l’avevo intuita, e ogni giorno un pensiero andava a questa prova.

Più si avvicinava e più l’isteria mi faceva chiedere aiuto a chiunque perché era una prova troppo grande per me che non volevo affrontare. Ma le prove della vita non le scegli. Ti vengono proposte al momento esatto in cui devi imbatterti in esse.

Ho capito solo ora che l’unico aiuto che mi serviva, era abbandonarmi a essa.

E’ una prova che dovevo fare. Una prova per la mia anima, che la faceva deragliare e scontrare su tutto quello in cui credeva.

Il risultato della prova? Non lo so ancora.

Pensavo di morire prima di essa, invece l’ho superata, sono vivo e sto pensando.

Sto assaporando le mie emozioni contrastanti, i miei pensieri in lotta per la supremazia di una versione a riguardo.

Sto sentendo il mio cuore. Che a volte piange disperato, a volte batte sereno e sembra sopra ai fatti appena successi.

A volte lo sento urlare stretto in una morsa fredda e piena di aculei, altre sembra crogiolarsi su un letto di soffioni che lo sorreggono e lo fanno battere leggero.

Leggero. Eccolo il concetto che sento a riguardo.

Anche il dolore sembra leggero, anche le lacrime sembrano leggere. Ora.

Piango con leggerezza e profondità. Piango un dolore profondo e ben radicato in me, ma lo lascio andare con leggerezza data dal presente.

Da oggi. Da oggi che non è più ieri. Oggi che la prova è passata e mi lascia solo sensazioni su cui riflettere.

Prova che ha rinforzato un rispetto più profondo.

Quello che temevo era il riconoscimento da parte di altri del mio rispetto. Quello su cui invece sto riflettendo è il rispetto che ho di me stesso.

Sto riflettendo su quale sia veramente la mia autentica versione del rispetto per me stesso. Sto riflettendo su cosa per me vuol significare rispetto.

Pensieri che fortunatamente stanno succedendosi solo dopo essermi imbattuto nella mia paura senza essermi preparato.

Paura che sapevo di dover vedere e scontrare. Sapevo di dovermi far male. Paura che come sentivo, è arrivata, anche nel momento e secondo esatti in cui mi aspettavo di doverla fronteggiare.

E inizio a capire una cosa importante per me e per il mio concetto di rispetto.

Non avere più desiderio di controllo delle situazioni. Non posso controllare la mente, il cuore, le azioni e la vita degli altri.

Posso solo riflettere sulla mia, e lasciare agli altri le proprie decisioni, ma lasciando a me stesso la decisione su come reagire alle priorità degli altri verso di me, lasciando a me stesso l’opportunità di vivere e sentire le mie emozioni, anche se brutte, e lasciare il cuore come guida verso le situazioni che per me sono piene di amore.

Ho capito che il mio cuore lo sa. Ho capito che il mio cuore ha la facoltà di farmi allontanare o avvicinare a situazioni in cui posso riempirmi e circondarmi di amore. Lo fa anche con dolore e irruenza, ma il respiro successivo al dolore, è liberazione, leggerezza, lucidità e semplicità.

Dhan

Il lago d’amore

Vuoto. E’ quello che mi ha sempre spaventato.

Dover fronteggiare una non esistenza. Stare li, fissarlo, scrutarlo, farsi coraggio… e averne più paura di prima.

Vuoto che viene da ogni dove. Vuoto di emozioni, vuoto di relazioni, vuoto di memoria, vuoto di creatività, anima vuota.

L’anima è vuota e la blocco. La blocco per non renderla più anima. La blocco per renderla pietra, pietra dura, fredda che rimbalza, che rifrange, che fa scivolare, che non si scalfisce, che non si sporca, che non si spezza, che blocca chi arriva e scaccia chi torna.

La pietra è il il pieno del mio vuoto. Nel mio vuoto si…. ci ho messo una pietra sopra. Letteralmente. Allegoricamente. Emotivamente.

La pietra l’ha riempito, l’ha colmato, l’ha appagato, e appena il cuore ha pulsato per ribellarsi, la pietra l’ha rimandato nel suo antro delle meraviglie, l’ha soppresso, congelato, pesato e schiacciato. E il cuore ha deciso che sarebbe stato meglio chiudere la caverna, chiudersi in se stesso, chiudere la bocca colma d’amore e lasciare la pietra all’entrata delle sue vite.

Anni sono passati. Anni in cui la pietra ha fatto il suo compito. La pietra sedava il cuore, e lasciava scivolare tutto, lasciava rimbalzare perfettamente ogni forma di energia si avvicinasse al cuore, che sia paura, amore, odio o tempesta.

Rimuovere la pietra è doloroso.

Se l’ho fatto non lo so. Se lo sto facendo non riesco a dirlo. So che la pietra, ora, per lo meno è una conca. Una conca dove fluisce l’acqua, dove fluisce il pianto, dove le gocce che escono dai miei occhi si raccolgono… e sgretolano la pietra conca per creare un’acqua bellissima. Un’acqua che ricorda il dolore, lo ha smaterializzato e incluso in se stessa. Ma l’acqua lascia spazio anche agli altri corpi, agli altri raggi, li lascia mescolare, li lascia amalgamare, li lascia corrispondersi e giocarsi tra morte e vita, tra odio e amore, tra terra e cielo.

Piango spesso. Piango senza motivo, ma dopo il pianto il motivo c’è ed era chiaro.

Non riesco a non pensare all’immagine che anima la mia mente e i miei occhi. Il lago. Un lago. Il mio lago. Respiro profondamente e il lago prende più consistenza. Lago creato dalle lacrime che hanno sgretolato la roccia. Lago i cui lembi sono morbidi e ripidi perché ogni adrenalinica discesa viene abbracciata con gentilezza e calore dalle rive dolci e placide. Il mio lago che con il sole sopra di sé lascia sbocciare peonie di ogni scala del viola, del rosa, del rosso e di tutti insieme.

Peonie che delicatamente colorano con forza le sponde di un lago profondo, un lago che permette a chiunque di beneficiarne. Un lago che si lascia navigare con fiducia e amore, un amore che non vuole niente in cambio, se non che si continui a fluire con amore su di esso, in esso e con esso.

Dhan

LoL