Ogni momento è quello giusto!

Quanto ti sembra pesante la vita? Ingiusta, a tratti truce, cattiva. In pochi momenti bellissima e felice, in molti altri angusta e pesante.
Ma se sono quei momenti di buio quelli che vogliono farti crescere? Non sono forse le cose di cui hai paura quelle che ti fanno vedere la vita buia e non soddisfacente?

Rifiutiamo sempre quello che ci spaventa, quello che non vogliamo vedere. Imperterriti continuiamo sulla nostra strada, sui nostri pensieri, sulle nostre idee… quando invece quello che dovremmo vedere è il punto di riflessione che il momento ci porta. Quel momento che noi definiamo ingiusto è quello giusto per portare consapevolezza in un aspetto che potrebbe migliorare o guarire se solo ci abbandonassimo a esso e alla lezione che ci viene presentata.

Lezione. Di quello si tratta. Stare con la difficoltà del momento per far uscire quello che di ferito c’è in noi. Non fuggirne, più scappi e più ci rincorre in altre forme e modi. Ma stare, soffrire anche, o gioire, senza cercare palliativi o giustificazioni, e guardare onestamente quello che ci viene presentato.

Ed è allora che ogni momento ti sembrerà quello giusto, quello perfetto, quello esattamente in linea con quello di cui hai bisogno. Ogni momento ti sta presentando quello che deve essere visto nella nostra vita.

Guardare proprio quel programma in tv, scegliere quel particolare pacchetto di patatine, premere play su quella playlist, ricevere esattamente quella chiamata, essere coinvolti in quel preciso scambio di parole o discussione. Tutto anima la nostra evoluzione, guarigione, felicità.

Perché il momento che ne consegue è guarigione. il momento immediatamente successivo è un lampo, una luce, un bagliore che spacca e rompe gli schemi ai quali siamo abituati se solo permettiamo al momento del qui e ora di entrare nella nostra vita.

L’attenzione che possiamo mettere su quanto la vita ci stia insegnando momento per momento è quella che ci permette poi di cogliere le intuizioni che ne seguono. Ferite che guariscono, altre che si ripresentano, sorrisi che nascono e nuovi stimoli che arrivano.

Ogni momento è quello giusto. Ogni momento è quello che ci serve. Ogni momento è l’opportunità giusta che stiamo aspettando.

Ieri sera mi sono addormentato mentre ero in autobus. Ho saltato una fermata e mi sono ritrovato a un chilometro e mezzo da casa, da dover percorrere quindi a piedi credendo di aver perso tempo e aver ritardato il momento in cui mi sarei rilassato sul divano.
Ho provato ad accettare quel momento di “sbaglio con me stesso” per essermi addormentato e viverlo per come si presentava.

Ho iniziato a camminare, ad ascoltare musica, a sorridere ai passanti e scrutare gli alberi verso casa. Sono affiorate idee, pensieri e creazioni che non avrei avuto modo di sperimentare se non mi fossi “perso” per mezz’ora. I miei progetti si sono arricchiti così tanto di idee ed emozioni che altrimenti non avrebbero visto la luce e non avrei avuto modo di esplorarli.

E mi sono commosso dalla bellezza che ne è uscita. Mi sono commosso perché l’estasi successiva durava più dello sbaglio o del momento negativo. La gioia continua ancora oggi e sta animando la mia giornata. L’entusiasmo è tornato a fluire.

Era solo un esempio, il mio. Provatelo con un film, con una chiacchierata. Perchè ho scelto proprio questo film? E invece che guardarlo per passare il tempo, rimanere consapevoli durante la visione farà arrivare intuizioni che non sarebbero altrimenti viste.
Tentate con la chiamata che ricevete. Non è solo una scocciatura, potrebbe esserlo, ma se sentite disagio, accettatelo e abbandonatevi ad esso. Quel disagio tocca corde che non volete suonare.

La bellezza è sempre qui, davanti a noi. La bellezza è anche nel momento di non chiarezza. La bellezza va accolta in tute le sue forme.

E nulla può portare gioia e felicità se non la bellezza.

Buona giornata,
Dhan

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Hai mai abbracciato un albero?

Provaci. Dai fiducia. Abbandonati. E’ solo un gesto, al resto ci pensa l’esistenza. Respira a pieni polmoni, socchiudi gli occhi, appoggia la guancia, stringi le braccia e abbraccia, abbandonati, fonditi.

Tu non esisti più. Sei.

Non perdere tempo nello scegliere l’albero perfetto, perché tutti lo sono. Passeggia tra loro e lasciati sedurre. Sono loro che chiamano te. Prima di lasciare il parco ne ho abbracciati diversi e accarezzato uno, sono loro che ti sussurrano discretamente, ascoltali, ascoltati.

Quando lasci andare gli schemi logici e segui solo il fluire che si dispiega davanti a te, è una meditazione. Ti immergi e tuffi nella vita, nell’esistenza, in un linguaggio che non va imparato, va sentito.

Lasciati amare, abbracciare. L’albero che ti chiama è lasciarsi amare. E amare. E’ il concetto stesso di amore.

Abbraccialo forte, abbraccialo piano, ma abbraccialo. Respiralo. Senti sui tuoi palmi il suo battere di vita.

Senti i tuoi capelli irrigidirsi con  la sua energia come fossero i suoi rami.
Senti i tuoi piedi affondare sempre di più nella terra, intrecciandosi alle sue radici.

E stai.

Ascolta, senti, sentiti. Nel silenzio riesci a scendere in una dimensione così intima che ti potrebbe spaventare. Senti l’energia della terra che sale forte dal basso, l’energia cosmica che ti solletica  dall’alto.
E tu in mezzo. Perfettamente in comunione con la meraviglia della vita. Perfettamente presente dove era necessario tu fossi presente.

Appoggiati ancora di più, l’albero è forte e ti sostiene, tu abbandona ogni freno e diventa parte di esso. Di Lui. Di Lei.

Quando torni da questo viaggio, che può durare un respiro come un’ora, fallo con delicatezza.

Rispettando chi ti ha abbracciato.
Amando chi ti ha nutrito.
Ringraziando chi ti ha connesso, con te stesso.

Dhan

Amorevoli attimi di felicità.

Grandi sono i sogni che ognuno nutre per soddisfare il suo bisogno di felicità. Come se per giungere al tanto agognato traguardo ameno la strada debba essere faticosa, tortuosa, in ripida salita e sdrucciolevole.

Ho sempre pensato lo stesso anche io. Incastri ogni momento e impegno alla perfezione in modo da ricavarti il tuo attimo di felicità. Ma non mi rendevo conto che la felicità stessa poteva esistere, esiste, in ogni istante di quel viaggio verso le nostre vette.

Puntando sempre e solo all’arrivo, non ti rendi conto che osservando attentamente la luce della mattina, l’oro caldo del sole illumina la tua giornata fin dal primo istante in cui apri gli occhi. Un miracolo che si dispiega ogni giorno nel suo silenzio e nella nostra indifferenza, ma che nasconde la più profonda e potente delle energie.

Camminando a testa bassa, ti perdi la carezza che un papà regala alla figlia ancora addormentata, cercando di colmare il suo senso di colpa per il poco tempo speso insieme. E in quella carezza vedi un affetto che nasce dal cuore, dalla pancia, spezza tutte le difese che dovrà  indossare per affrontare la giornata e vedi solo vibrare amore puro.

Non vedi che nel sorriso tirato e impostato della barista, si nasconde una timidezza quasi romantica, carica di sensibilità, amore e delicatezza che solo superficialmente viene mascherata da assertività.

Giudicando la falsità della tua collega ti perdi la fragilità che invece anima questa prima impressione. Perdi quelle debolezze meravigliose della sua anima che non vuole far vibrare, quella dolcezza mal giudicata da tutti che nasconde gelosamente, quella non esperienza che maschera con la sicurezza ma che vorrebbe far uscire per essere onestamente curiosa e desiderosa di imparare. E in un momento in cui è assorta vedi quanto bella e delicata sia, e con una lacrima commossa torni alla tua scrivania per aver catturato quell’istante di verità accesa.

Parlando animatamente con il tuo capo non scorgi nei suoi occhi l’universo che ha dentro. E se ti fermi vedi in quei pozzi neri un mondo che sembra provenire da una dimensione che non esiste, un mondo che energeticamente anima la sua vita e il suo cuore, e che con passione traduce nelle sue movenze.

Imprecando contro il pedone che si è buttato sulle strisce per attraversare non vedi quanta attenzione ha messo nell’abbinare perfettamente i suoi vestiti. Non noti la scelta dei materiali, dei colori, della perfetta e modesta cura estetica per valorizzare il suo corpo. E in quella ricerca vedi la bellezza del suo cuore, la sua poesia che nei suoi modi esce e si riversa in attimi semplici come vestirsi, e camminare per strada .

Portando distrattamente la spazzatura fuori, non alzi gli occhi al cielo, ammirando quei puntini luminosi che se entrano nel tuo cuore allieteranno la notte e ti culleranno in sogni che nemmeno ritenevi possibili. Una bellezza che solo sognando riesci ad afferrare vista la distrazione che quotidianamente riversi nelle tue azioni.

Riempendo quasi con scocciatura la ciotola d’acqua del tuo fedele cane, non percepisci quanto quella azione che a te risulta pesante e insormontabile sia invece il gesto più amorevole e gioioso agli occhi del tuo compagno. Lo vedi che con il suo stesso starti accanto ogni momento ti ringrazia per il solo fatto che esisti e riempì la sua vita, oltre che la sua ciotola.

Il viaggio verso le vette della “vera” felicità è arduo e  faticoso… Ma perdendo i momenti di bellezza ordinaria perdiamo la possibilità di rendere quella ricerca di felicità, la felicità stessa.

Meritano le nostre lacrime di gioia e commozione di essere respinte perché vengono ridicolizzate dal cinismo altrui? Oggi, scelgo di lasciar scorrere libere quelle lacrime di piccole felicità ordinarie che fanno sorridere il cuore e increspare la bocca.

E tu?

Buona giornata,

Dhan

Giallo improvviso. L’abbandono alla vita.

I giorni si susseguono pulsanti verso il gelo. Accumulando stanchezza, li senti che creano quel bisogno di riposo, quel letargo del corpo che troppo vogliamo rifiutare. Sibilano, sussurrano, dipingono.

Giallo. È l’unico colore di cui sono circondato. Giallo a terra, giallo in cielo, giallo dorato di mattina, giallo fuoco di sera. Non faccio altro che respirare giallo. Un colore che ho sempre rifiutato, mai indossato, mai scelto e mai capito. Un’arroganza fatta nuance secondo il mio punto di vista. E proprio dal mio rifiuto nasce il magnetismo di questo colore.

In questo momento sembra che io non possa vivere senza lui. Un giallo di potere, mi dicono. Un giallo mentale, affermano. Un giallo carico di vita, è quello che io sento.

Se ascolto il colore sento scrocchiate la sua forza. Scalpita battendo la sua potenza sulla mia pelle, sulle mie palpebre. Ma aspetta. Perché vuole essere scelto. Vuole che tu sia consapevole che accettando i suoi toni, i suoi capricci, le sue irriverenze vai incontro a una coppa di vita che traboccherà ogni mitocondro.

Un giallo che diverte, provoca, arrabbia, confonde, irretisce. Ma é sincero. É poesia. Se lo respiri a occhi pieni ti cura facendoti soffiare piccole intuizioni nascoste dal suo apparente vociare.

Mi è capitato, scelto dalla mia anima. É venuto a me e stento ancora a capirlo. Ma sento che goccia dopo goccia risveglia solleticando una felicità pacata che si nasconde nei singoli respiri di ogni attimo banale e irripetibile.

Sembra essere diventato il mio colore preferito, ma so che sarà solo una lezione che illuminerà il mio cuore, e di questo gliene sarò sempre grato.

Un giallo autunno a tutti. Vivetelo. Abbracciatelo.

Dhan

 

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Un vento. Un fuoco. La calma.

Il vento, forte e sonoro, districa i miei pensieri.
Sei stato come questo vento, che forte e deciso ha districato le mie emozioni.

Il vento non ha bisogno di fronzoli. Soffia dritto dove deve soffiare e via.
Tu nemmeno. E sei tu che mi ha riportato perennemente al cuore.

Perché, per tutte le parole che cerco, per tutte le scuse che avvallo, c’è sempre stata una forza, la tua, che ha fatto crollare tutto e ha fatto esaltare solo l’essenza.
La forza, dell’essenza.

Forza imbattibile. Ma delicata e leggera.
Una roccia, a prima vista. Un fiore fragile, con la percezione. Come te.

Ogni tua risposta è stato un rimando a me, senza aggiungere un tuo punto di vista, ma un puro semplificare le mie trame lessicali baroccheggianti per colpire sempre dove occorreva essere colpito.

Mi sentivo solo. Solo mi hai fatto sentire. Ma con il tempo, con tanti scambi, ho capito che quello che mi spiegavi non era una sensazione, ma uno stato.

Sono solo. Mi hai rimandato sempre in questo stato, che non è più “mi sento”.
Sono solo. Ed è proprio in questo, la forza che cercavo.
Sono solo. Ed è in me, l’amore che chiedevo.
Sono solo. Ed è solo da qui che posso condividere, non esigere.

Continuo a farmi accarezzare dal vento che è ancora più rumoroso. Come se stesse ridendo.
Continuo a sorridere pensando a te, che avresti sintetizzato tutte queste righe in tre parole.
E il pensiero di farti sorridere e far increspare quell’aura di forza impenetrabile fa sorridere me.

Per me, sei sempre un allenatore… ma del muscolo più importante. E come mi ha allenato tu, nessuno mai.

Si, è il cuore.
Si, sei il mio vento.
Si, ho freddo… ma brucio dentro!

Dhan

Un viaggio d’amore che inizia con un “Grazie”

L’amore era lì. E io non lo vedevo. Non lo volevo o non lo vedevo? Forse entrambi.

Era lì che pronto con il culo grosso e muscoloso scalpitava per poter galoppare felice. Io invece tiravo le briglie, lo costringevo e costringevo me stesso in situazioni di non-amore.
L’amore è sempre stato a portata della mia bocca, mani, cuore, spalle. Ah ecco, ora non ho nemmeno più il dolore alla spalla.

Ho 31 anni e mezzo. E sono stati tutti fino all’ultimo secondo carichi di amore. Anche ora. Anche questi secondi sono carichi di amore. Non c’è mai stato un minuto o un millisecondo che non abbia avuto amore.

Tutto di me però lo respingeva. Tutto di me lo chiudeva. E tutto di me lo chiedeva.

Tutto di me recitava la parte del bullo, del figo, quello che dell’amore se ne sbatte altamente i coglioni e continua la sua vita tra sarcasmo e ironia.

Però arriva un punto in cui ti ritrovi talmente inaridito che l’esigenza d’amore, la sete, è più forte.
Come una pianta seccata e con la terra spaccata dalla siccità che riceve il getto, il flusso, la vita a colmare quelle spaccature.
Arriva l’amore ad ammorbidire la terra secca. Arriva l’amore dell’universo intero a nutrirti di nuovo, a portare nutrimento alle tue radici, che sale fino alle fibre, al tronco, rami, foglie fino a farti sbocciare dei fiori incantevoli.

Penso al mio universo intero. E il mio universo è sempre stato carico di amore.
Un padre e una madre che in ogni loro azione hanno mescolato amore incondizionato, senza alcuna limitazione.
I loro occhi brillavano e brillano ogni volta che mi vedono o parlano con me. E io quella luce non la vedevo. A volte la temevo e ci litigavo. A volte la ignoravo e allontanavo. Ma quella luce d’amore è sempre stata lì. Era ed è sempre lì a pulsare e nonostante tutto quello che possa accadere di bello o brutto, rimane lì. E ora che la vedo, che la sento, mi fa ridere di gioia, mi fa commuovere di gratitudine, mi fa chiedere “come o perché ero arrivato a questa cecità?”.
Sono metà mio padre, metà mia madre, ma insieme sono cento volte il loro amore.

Ripeto… il mio universo è sempre stato permeato d’amore. Io non lo vedevo. Lo è tutt’ora. Ma fino a qualche istante fa, non lo vedevo.
Le persone che ho accanto a me, sono amore. Mi donano amore, mi inondano d’amore. Chiamarli amici è riduttivo. Sono angeli che mi stanno amando per come sono, angeli che mi cercano, che condividono la loro vita con me, che mi proteggono.

E si, amo questi angeli. Questi veri angeli, li amo. Sono io il cretino che per non aprire il suo cuore si privava delle emozioni più belle e più pure.
Il mio cuore è tornato a battere e pulsare di gratitudine.

Il mio cane, Vivenne. I miei cavalli Kalòs, Freaky, Domitilla, Haleb, Megara, Bubka. Anime che senza parlare mi sorreggono con il loro puro e incondizionato amore. Impauriti, a volte, ma sempre saldi di dare e di lenire tutte le ferite.

Avevo un universo così bello e colmo che lo rifiutavo. Ora so che quell’universo è parte di me e io sono parte di quell’universo.
So che amare quelle persone, quegli animali, quei cuori pulsanti è solo rendere loro tutto l’affetto che mi hanno sempre trasmesso.
Volare tra i mille e più colori dell’universo, sorretto da tutto questo sentire, è la libertà e leggerezza più bella.

E volare leggero, libero, in amore, vivo, mi fa vedere che in fondo… ero me che non amavo. E non volevo amare.
Privandomi di tutta questa energia, privavo me stesso della possibilità di amarmi. Possibilità che sempre qui era. Sempre qui è. QUI E’.

E qui, decido di abbandonarmi. Di amare. Di voler bene senza cinismo. Senza ironia. Di non vergognarmi. Di ringraziare. Di esser grato, che nulla mi è dovuto. Di abbracciare. Di stringere. Di vivere. Di battere. Di fluire. Di amare.

Di amarmi come non ho mai fatto.

Di amare.

Dhan

Urlavo di essere amato. Volevo far amare le mie corazze e non il mio cuore normale.

E’ molto brutto arrivare a raschiare il fondo di qualcosa. In quel fondo c’è sempre qualcosa di sporco, di rimasto, di depositato e mai spazzato.

Tocchi il fondo e ti ritrovi invischiato in quella melma densa, cattiva, pastosa e scura. Sei incollato lì, sul fondo e non sai come risalire. Allora sono rimasto lì. Incollato al fondo e ho cercato di vedere cosa stava succedendo senza animarmi troppo. Senza agitarmi. Dopo essermi agitato, dopo aver avuto le convulsioni dalla disperazione, dopo aver urlato al mondo un aiuto per il troppo male, dopo aver pianto disperato fino ai conati di vomito. Dopo tutto ciò mi sono fermato.

Perché tutto stava succedendo? Cosa dovevo vedere? Una cosa molto grossa. Che stava sgretolando me stesso. Tutto me stesso. E solo ora me ne accorgo quando non so più nemmeno come mi chiamo. Dice “Giacomo” la mia carta di identità. Ma quel nome ora lo sento così lontano. Così legato alla sofferenza. Così legato a un me che è stato schiacciato, smantellato, esautorato, demolito, spezzettato, trinciato, esploso, imploso, limato, crollato, infilzato, ucciso, bruciato, arso, soffocato, gonfiato. Preso a pugni, calci, schiaffi, sputi, testate, sprangate.

E il tutto si è ripetuto finché non sono arrivato a questo punto. Fino a non far rimanere nulla di me fino a un attimo fa. Quello che ero, ora è solo sparso a terra come piccoli granelli di sabbia dorata. Sembra bella ai più… a me sembrano solo gocce di sangue rappreso di un corpo che nemmeno mi appartiene.

Per arrivare a questo punto la vita mi ha dato uno specchio. Uno specchio che rifletteva tutto di me. Uno specchio che fino a poco fa rimaneva impassibile, fermo, neutro, freddo, senza interpretazioni. Uno specchio appunto.

Contro quello specchio si sono riflesse in maniera convulsa e senza ordine la mia credenza di superiorità, la mia credenza di avere quello che voglio, la mia credenza di far accadere quello che voglio.

Distruggere il senso di superiorità è doloroso. Molto. Moltissimo. Distrutto perché il mio cuore ha visto che chiunque può riflettere la mia normalità e distruggere chi pensavo di essere. Chiunque può riflettere le mie costruzioni mentali che mi hanno portato a credermi superiore. Sto parlando di una superiorità sottile, non palesata. Una superiorità che faceva leva sulla mia forza radicata negli anni. Sulla mia convinzione che posso avere tutto se lo voglio. Che è ovvio avere quello che più desidero perché me lo merito. Perché ho dimostrato di meritarlo. Per cui lo ottengo.

Purtroppo non è così. La vita è un scambio, per scambiare occorre essere centrati su se stessi, sul proprio sentire. Essere centrati sulle proprie pulsioni vere e da quelle scambiare emozioni ed energie con un altro cuore. Se si incanala in rigori mentali e logici questi sentimenti si arriva alla scoperta che no… non c’è nessuna ricompensa per l’ottima lena dimostrata.  Ritrovarsi senza nulla dopo aver dato tutto secondo quello che sentivi ti fa capire che non volevi sentire. Che c’era altro che stavi coprendo con i tuoi gesti.

Superiore… no non lo sono. Sembra stupido. Non lo pensavo… ma ora ne sono consapevole. Forse non lo pensavo ma non ero consapevole. Ora mi ci sono fatto male. Il senso di superiorità era una costruzione forte e apparentemente indissolubile. Negli anni avevo imparato che ero meritevole se lo volevo e lo dimostravo. Per cui potevo “sottomettere” chiunque perché lo avevo dimostrato. Sia con maniere belle ed eleganti che con atti più risoluti. Ma ero rinforzato questa idea.

Ora non lo sono. Ora lo specchio neutro e freddo mi ha fatto vedere che non lo sono. Mi ha fatto vedere che posso non ricevere amore nemmeno se lo urlo e mi illudo di andare nella direzione che si voleva. Mi ha riflesso tutti i miei tentativi di avere un sentimento che cercavo in qualcosa che ora fa parte del vento che sposta i miei pezzi a terra.
Posso solo lasciare che il vento porti via i granelli di sabbia dorata ai miei piedi e ne faccia quello che vuole. Ora mi sento nudo senza nessuna difesa, con una carne scoperta e vulnerabile. Ma non voglio difenderla. No, ricadrei nello stesso errore. Voglio specchiarmi così, nudo, crudo, sanguinante e pulsante. Vedere le mie sconfitte, vedere i miei dolori, le mie convinzioni, le mie increspature. Voglio lasciare tutti i modi che ho usato per appianare le sgretolature e paure e far riflettere una immagine forte e meravigliosamente potente.

Non sono forte. Non sono potente. Non sono meraviglioso. Non ora. Ora voglio solo ascoltare in silenzio cosa dovevo ascoltare da anni senza illudermi. Voglio vedere cosa dovevo vedere da anni senza le impalcature costruite dai miei traumi, paure, genitori, amici, conoscenti e da me stesso.

Non ho forza per reagire. Non ho forza per pensare. Posso solo chiedere di essere lasciato da solo ad ammirare cosa di vero c’è. A sentire cosa di vero riecheggia dentro di me. Questo posso chiederlo. Posso farlo. Posso ricominciare da me. Con i miei tempi e senza dimostrare che posso riflettere una immagine bellissima. Non lo sono ora. Forse lo sarò… ma ora voglio solo sprofondare in me stesso.

Non voglio più essere il cammello sonnacchioso, ottuso e appagato, vivendo nell’inganno di credersi la vetta di una montagna basandosi sull’opinione altrui, senza energia per se stesso.
Voglio far emergere il leone, per rendermi conto di quello che sto lasciando sfuggire nella vita iniziando a dire no alle pretese degli altri, allontanandomi dalla folla da solo ruggendo nella mia verità.
Fino a far uscire il bambino, né condiscendente né ribelle. Ma innocente, spontaneo e vero riguardo al proprio essere.
E’ tempo di crescere e cambiare.

Dhan

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Amo e vivo la vita per come  accade, senza cambiare ciò che non posso cambiare. 

Consapevole. Superficialmente credevo di esserlo. Credevo di essere maturo, con esperienza, intelligente, analitico, razionale, padrone della realtà, osservatore e critico. Appunto… credenze.

Mi affidavo a meccanismi interpretativi che hanno sempre spostato il mio vivere dal vivere reale. Meccanismi che mi illudevano e regalavano al mio ego un appagamento che però non era quello che di vero stava accadendo.

“Giacomo, la verità accade e basta” è la frase che mi ha dato lo schiaffo più grande che potessi ricevere. Uno schiaffo che mi ha svegliato con così tanta irruenza che mi ha fatto ridere e piangere nello stesso momento. E la Donna che me lo ha dato sono convinto stia ridendo anch’essa con la stessa grazia e e forza con le quali me l’ha regalato!

La verità è ora, è il presente. Le persone sono ora, sono quelle che sono, rispondono per quello che sono e con quello che hanno. Sono io che volevo portare risposte, comportamenti, attitudini a un livello che era mio e non delle persone. A un livello che era mio e non della realtà.

Accettare il vero delle persone, vedere il vivere vero delle persone senza pensare che i loro comportamenti sono risultati di strategie pensate, mi libera di un peso che affaticava il mio di vivere. Un peso che metteva radici nel passato interpretativo e luce in un futuro non accaduto e che probabilmente mai accadrà.

Le radici sono ora. I frutti e i fiori accadono ora. Posso solo beneficiare di un fiore, di un frutto per come si presenta ora, non per come sarebbe stato bello secondo i miei pensieri.

Le bellezze della vita si presentano davanti ai miei occhi nella loro semplice verità. Possono esserci frutti maturi, non maturi, belli, ammaccati, tondi od ovali. Ma sono come sono e sta a me raccoglierli per quello che sono.

Mi sembra di scrivere banalità, ma per l’esperienza che ho avuto della vita fino ad ora è una liberazione così grande che a tratti mi sembra di annegare dalla potenza di questo abbandonarmi alla vita così come si dispiega e presenta davanti a me.

Ho sempre scelto di vedere la vita, dare la mia interpretazione, convincermi che la mia interpretazione fosse la realtà e vivere quella falsa realtà.

Scelgo ora di respirare davanti ai fatti della vita. Respiro che mi fa crollare le mie idee interpretative, respiro che riporta luce al sentire della pancia, respiro che blocca l’interpretazione della mente e mi sbatte la realtà nel cuore come sta accadendo in questo preciso istante.

Vivere con i ragionamenti ha causato una sofferenza che sto scoprendo solo ora. Sofferenza dovuta alla falsità alla quale davo valenza di verità. Mentre la Verità è quello che accade ora. Il Vero è quello che succede qui e ora, nel presente. Nei modi e caratteristiche con le quali si dispiegano. Sta a me vedere e osservare questo accadere senza caricarlo di aspettative o ragionamenti. Sta a me viverlo senza la volontà di cambiare ciò che non posso cambiare, ma con accettazione.

Sta a me abbandonare la mente. Sta a me abbandonarmi alla verità. Sta a me vivere.

Dhan

Lettera al mio cane, la mia maestra d’amore.

Corri. Ti guardo correre e rincorrere la tua gioia. Tu sei la gioia. Tu sei l’amore.

Vederti vivere e perdersi nei tuoi occhi che esprimono solo gratitudine e felicità mi ricorda sempre quanto forte sia il tuo amore.

Sono i tuoi occhi i miei maestri. Nei tuoi occhi vedo riflesse le mie paure.

Dicevo di amarti, ma non sapevo che urlare per renderti “ubbidiente” bloccava il mio flusso d’amore. Ma il tuo amore era così grande che neanche le mie urla lo scalfivano.

Facevi le cose che ti chiedevo per paura, non per sintonia; per timore e non per condivisione. Eseguivi i miei ordini perché era la mia rabbia, ira e toni accesi che ti esortavano a farlo.

Ma c’era paura nel tuo sguardo, terrore, e quel terrore e “riverenza” mi dilaniavano dentro perché le mie urla erano per il tuo “bene” e tu non lo capivi.

E’ arrivato un momento in cui vederti intimorita mi ha fatto esplodere a piangere. Mi hai sbattuto in faccia in modo crudo quanto il mio passato stesse sabotando il mio amore per te.

Nonostante stessi sgretolando con i miei modi il nostro rapporto, tu sei stata sempre li, sempre pronta ad accogliermi col tuo amore senza confini e senza limiti. Nulla scalfiva la tua esigenza di condividere l’amore per la vita con me.

Ho capito finalmente che mi avevi scelto tu. Ho capito che quella che mi stavi dando era una opportunità unica per me. Avevi scelto me perché io potessi essere parte del tuo amore.

Un’onda così sanificante non puoi che rispettarla.
Una carica di energia così palpitante non puoi che volerla alimentare ancora di più.
Un fluire così gioioso di vita vera non puoi che desiderare di esserne parte.

Non puoi che voler essere anche tu quella coppa di vita, di bellezza, di gioia, di sentire, dal quale lasciar bere e sentirti ancora più pieno.

E’ un click la consapevolezza. Quando scatta, non puoi più tornare indietro. Quando vedi che è la paura a cristallizzare i tuoi battiti, non torni più indietro.

E ti fidi. Iniziai a fidarmi. Iniziai a osservarti, viverti e condividerti senza gelosia o possesso. Iniziai a capire che volevo vivere con te e non su di te.

Volevo vederti sbagliare e cadere e rosicchiare i miei mobili. Ma volevo vedere anche come ti sentivi senza la mia rabbia a inquinarci, ma solo col mio amore.

Volevo vederti sperimentare ed esplorare, da sola, alla scoperta del nuovo, per darti la possibilità di sentire e avere le tue idee senza le mie influenze. E vederti tornare da me era una gioia che quasi scottava.

Vedere il tuo desiderio di includermi nelle tue scoperte, nei tuoi sbagli, nelle tue crescite, era un balsamo per il mio cuore.

Vedere che non mi toglievi nulla, che il nostro rapporto era sempre vivo e pulsante nonostante tu galoppassi verso qualcosa che mi impauriva, scioglieva le mie paure.

Sciolta la paura, non rimaneva che una cosa. Il coraggio. E infonderti coraggio è quello che mi stai insegnando a fare.

Uso il coraggio come forma di amore per te. Supporto le tue scelte e desideri dandoti coraggio, non timore severo e rancoroso.

Sbaglia Vivienne, fatti male. E’ la tua di vita e vederti crescere è solo gioia. Bloccare la tua evoluzione per il solo desiderio di controllo che ho sempre avuto è un bloccare me stesso e mettere confini al mio pulsare. Controllarti con ansia e paura è non voler affrontare le mie di ansie e paure.

I tuoi occhi non esprimono più paura. I tuoi occhi ora mi cercano sempre carichi e liquidi, come a voler condividere a distanza i tuoi pensieri e scoperte.

Rispettare il tuo bisogno di vita mi fa rispettare il nostro rapporto. Rispettare la tua felicità e alimentarla, fa bruciare ancora di più la mia di vita.

Darti fiducia, darti coraggio, darti tutti i diritti che hai di vivere e sbagliare ha reso vero e puro il nostro rapporto. Ora anche tu sai come mi sento se combini un guaio, non perché ti sgrido, ma perché mi allontano da te con gentilezza.

E in quella distanza entrambi sentiamo le nostre emozioni e ci riavviciniamo con il solo desiderio di renderci felici, rispettando il delicato ma duraturo filo che unisce i nostri cuori.

Ogni giorno che passo con te, Vivienne, è un giorno in cui divento sempre più ricco. Vivere con te spezza le mie paure, libera ancora di più le tue gioie e le tue corse si fanno sempre più allegre e veloci.

Rispettiamo i nostri spazi e tempi, ma torniamo sempre appiccicati, per il solo desiderio di condividerci a vicenda.

Non sapevo amare, e probabilmente non so amare.

Ma ora so di poter amare. Ora so che quello che mi stai insegnando non solo è amare qualcun’altro, ma è rispettare, infondere coraggio, dare fiducia a me stesso.

Ad amarmi, a bastarmi, a vivermi.

Grazie Vivienne.

Dhan

io e viv

Avevo paura di sentire. Avevo paura di sentirmi vivo. 

Non riesco a capire le mie emozioni. Di fondo sento un forte dolore. Ma intorno anche pace e serenità.
Rispetto. Sembra a prima vista un concetto così oggettivo, ma guardandolo da lontano mi rendo conto che è oltremodo soggettivo, dalla definizione labile, con i confini sfumati e a tratti indistinguibili.

Il rispetto te lo senti dentro e te lo proteggi. E qualsiasi azione scalfisca quelle mura a protezione del tuo rispetto, la vedi con dolore, rabbia, follia e incapacità di gestione.

La violazione di un rapporto fisico. La mancanza di rispetto quasi ai massimi livelli per me. La vivo ancora con dolore, è una lama che ogni tanto si muove nel mio cuore e lo fa sanguinare.

Ma lo fa anche sentire vivo. In questi momenti di vivificazione riesco a mantenere una lucidità che mi fa osservare da lontano il mio dolore.

Innanzitutto era una prova che sentivo di dover affrontare i giorni scorsi. Lo sentivo da settimane, l’avevo intuita, e ogni giorno un pensiero andava a questa prova.

Più si avvicinava e più l’isteria mi faceva chiedere aiuto a chiunque perché era una prova troppo grande per me che non volevo affrontare. Ma le prove della vita non le scegli. Ti vengono proposte al momento esatto in cui devi imbatterti in esse.

Ho capito solo ora che l’unico aiuto che mi serviva, era abbandonarmi a essa.

E’ una prova che dovevo fare. Una prova per la mia anima, che la faceva deragliare e scontrare su tutto quello in cui credeva.

Il risultato della prova? Non lo so ancora.

Pensavo di morire prima di essa, invece l’ho superata, sono vivo e sto pensando.

Sto assaporando le mie emozioni contrastanti, i miei pensieri in lotta per la supremazia di una versione a riguardo.

Sto sentendo il mio cuore. Che a volte piange disperato, a volte batte sereno e sembra sopra ai fatti appena successi.

A volte lo sento urlare stretto in una morsa fredda e piena di aculei, altre sembra crogiolarsi su un letto di soffioni che lo sorreggono e lo fanno battere leggero.

Leggero. Eccolo il concetto che sento a riguardo.

Anche il dolore sembra leggero, anche le lacrime sembrano leggere. Ora.

Piango con leggerezza e profondità. Piango un dolore profondo e ben radicato in me, ma lo lascio andare con leggerezza data dal presente.

Da oggi. Da oggi che non è più ieri. Oggi che la prova è passata e mi lascia solo sensazioni su cui riflettere.

Prova che ha rinforzato un rispetto più profondo.

Quello che temevo era il riconoscimento da parte di altri del mio rispetto. Quello su cui invece sto riflettendo è il rispetto che ho di me stesso.

Sto riflettendo su quale sia veramente la mia autentica versione del rispetto per me stesso. Sto riflettendo su cosa per me vuol significare rispetto.

Pensieri che fortunatamente stanno succedendosi solo dopo essermi imbattuto nella mia paura senza essermi preparato.

Paura che sapevo di dover vedere e scontrare. Sapevo di dovermi far male. Paura che come sentivo, è arrivata, anche nel momento e secondo esatti in cui mi aspettavo di doverla fronteggiare.

E inizio a capire una cosa importante per me e per il mio concetto di rispetto.

Non avere più desiderio di controllo delle situazioni. Non posso controllare la mente, il cuore, le azioni e la vita degli altri.

Posso solo riflettere sulla mia, e lasciare agli altri le proprie decisioni, ma lasciando a me stesso la decisione su come reagire alle priorità degli altri verso di me, lasciando a me stesso l’opportunità di vivere e sentire le mie emozioni, anche se brutte, e lasciare il cuore come guida verso le situazioni che per me sono piene di amore.

Ho capito che il mio cuore lo sa. Ho capito che il mio cuore ha la facoltà di farmi allontanare o avvicinare a situazioni in cui posso riempirmi e circondarmi di amore. Lo fa anche con dolore e irruenza, ma il respiro successivo al dolore, è liberazione, leggerezza, lucidità e semplicità.

Dhan